Intervista con l'autore

Foto di Gianfranco Manfredi

Avevi già pubblicato Ultimi Vampiri nel 1987. Come mai sei tornato sul tema a distanza di vent’anni?

(GM) Da tempo mi era tornata la voglia di riprendere le atmosfere gotiche dei miei primi romanzi. Ma non si è trattato di una replica, e nemmeno semplicemente di nostalgia, perché le esperienze fatte nel frattempo mi hanno consentito di riaffrontare quei temi in modo diverso. In Ultimi Vampiri, gli ultimi sette vampiri europei si raccontavano in prima persona, rievocando episodi del loro passato. Era un modo per ripercorrere secoli di Storia europea dal punto di vista della Leggenda. Questa volta ho voluto fare il contrario. Rileggere la Leggenda alla luce della Storia.

 Il tema dei vampiri, non è per sua natura fantastico?

(GM) Indubbiamente i vampiri sono tipiche creature da fiction. Tuttavia (e di questo non solo gli scrittori, ma anche i critici più avveduti si sono dimenticati), quando Bram Stoker scrisse Dracula, le profanazioni delle tombe alla ricerca di vampiri da impalare erano ancora episodi reali, di cronaca. Stoker non parlava soltanto di oscure e antiche leggende, ma di eventi inquietanti che i suoi contemporanei potevano leggere sui giornali. Non si basò solamente sul folclore della Transilvania, ma anche sugli articoli che poté leggere a Philadelphia durante il suo viaggio americano al seguito dell’attore Henry Irving, di cui era agente. In questi articoli si riportavano diversi casi di vampirismo nel New England, si riferivano puntualmente nomi, fatti e circostanze e ci si interrogava sui motivi della persistenza di questa credenza superstiziosa, sulla reale origine dell’infezione e sui problemi che tutto ciò sollevava per i medici e gli etnologi. Mi ha affascinato l’idea di raccontare queste storie, le storie dei vampiri veri, non di quelli fantastici. Anche perché nella stragrande maggioranza dei casi si trattava di vampire, o meglio di giovani donne sofferenti di Consunzione, una forma particolare di tubercolosi, complicata da altre malattie, anche di origine nervosa, e da stati deliranti. In Ultimi Vampiri, i miei protagonisti erano invece tutti maschi, sani, e sopravvissuti a persecuzioni d’ogni tipo. Il cambiamento è sostanziale.

Ma tu ci credi o no, nei vampiri?

(GM) Per citare una celebre battuta di Dracula, la forza dei vampiri è che nessuno ci crede. Io aggiungerei: nemmeno quelli che scrivono libri di vampiri. Sarebbe infatti piuttosto ingenuo pensare che gli scrittori horror credano davvero a vampiri, licantropi, mummie reviviscenti e altre consimili creature. Però non c’è romanziere che non creda alla forza dell’immaginazione, altrimenti tradirebbe la sua stessa vocazione, che è quella di inventare storie.

A quale genere letterario appartiene Ho freddo?

(GM) I miei romanzi sfuggono a una rigida classificazione di genere, almeno questo è il risultato che mi sono sempre prefisso di raggiungere, scrivendo. Ma nemmeno sono a priori anti-genere. Oreste del Buono, recensendo il mio primo romanzo Magia Rossa, lo definì un gotico. Credo che questa definizione sia appropriata anche per Ho freddo. Il gotico è secondo me una contaminazione tra il romanzo d’avventura e il romanzo filosofico. Cioè: succedono una quantità di cose, anche estreme e straordinarie, e persino quando non succede nulla, permane alta la temperatura emotiva, si alimenta una tensione costante nell’attesa dell’evento. Tuttavia quello che accade (o non accade) non si risolve in pura azione, ma suscita nei personaggi e nel lettore, delle riflessioni. Nella narrativa gotica, coabitano due diversi filoni, spesso frequentati entrambi dagli stessi scrittori. C’è un filone razionalista, che è quello del gotico classico delle origini. I fantasmi, le apparizioni, i mostri, sono fenomeni che alla fine trovano una spiegazione razionale. E c’è il filone romantico, che invece insegue le orme del sogno e della leggenda e si lancia in un’esplorazione dei simboli, rivelatrice di una ricerca tanto emotiva quanto spirituale, cioè mistica. Proprio come nelle cattedrali gotiche, dove i gargoyle incombono su di noi, ma la costruzione punta verso il cielo. Entrambi questi filoni, sono cosa ben distinta dalla mera horror exploitation, che è puramente finalizzata a suscitare paura. Il gotico, in entrambe le versioni, è un percorso che esplora i confini tra Reale e Immaginario, tra Mostruoso e Meraviglioso, tra Carnale e Spirituale, tra Naturale e Sovrannaturale.

Qual è il motivo del fascino perdurante della figura del vampiro?

(GM) Ciascuno ci trova quello che vuole, perché il vampiro, in quanto “cadavere vivente” o “morto che cammina”, è un ossimoro. Cioè ospita tutto e il contrario di tutto. Dunque può ridefinirsi in ogni epoca o momento e assumere i connotati più differenti. Ma quello che davvero caratterizza i vampiri rispetto ad altre figure fantastiche, è che nella Storia Umana si sono DAVVERO aperte delle tombe e profanati dei cadaveri, persino nella civilissima Vienna e nel pieno dell’epoca dei Lumi. La cosiddetta Peste Vampirica è una Realtà Storica. Quale epidemia si fosse battezzata sotto questo nome è ancora oggetto di discussione tra gli studiosi (la tesi che si trattasse di “Porfiria” è ormai rigettata da tutti, si sono trovate correlazioni più persuasive con la rabbia, per certe zone d’Europa, o con la tubercolosi, per l’America). Resta il fatto che i vampiri storici sono molto diversi dai vampiri della tradizione letteraria e cinematografica. E che a loro volta i vampiri inventati, hanno, conservato tutti un legame ben definito con le malattie epidemiche. Perché il vampiro, comunque lo si travesta, trasmette contagio. Questo è un suo attributo fondante che non può essere eliminato. Sono state queste riflessioni a spingermi, infine, ad affrontare direttamente questo tema: i vampiri come malati contagiosi.

Non si rischia così di cancellare del tutto l’effetto paura?

(GM) Cosa fa più paura... un vampiro con il mantello foderato di rosso, oppure una sconosciuta infezione epidemica che infetta le nostre famiglie, suscita antichi e nuovi fantasmi, e ci spinge fino alla suprema abiezione di scoperchiare le tombe dei nostri cari per straziarne i resti? Tutto questo è accaduto davvero! Nella postfazione a Ultimi Vampiri avevo scritto: “È difficile pensare che i morti assalissero i vivi, ma è certo che i vivi hanno assalito i morti”. In altre parole, non sappiamo se i vampiri siano realmente esistiti, ma sappiamo per certo che esseri umani come noi hanno infierito sui cadaveri dei loro famigliari (e in qualche caso, dopo averli sepolti prematuramente). Studiando i casi del Rhode Island, ho poi scoperto che laggiù hanno fatto qualcosa di ben più orribile, che qui non posso rivelare per non togliere la sorpresa a chi non ha ancora letto il romanzo, ma è qualcosa che non ho mai visto fare neanche nel più feroce film di vampiri. In conclusione, io penso che senza un fondamento crudamente realistico (e sociale), l’horror rischi di diventare un innocuo divertimento, come il padiglione degli orrori di un lunapark. Ma voglio aggiungere che, nel solco della tradizione del gotico, il mio romanzo si interroga costantemente: è tutto spiegabile o esiste qualcosa di inspiegabile? Dal Mistero si può sfociare nel Soprannaturale? Questa incertezza va sempre mantenuta, perché è la nostra incertezza di quando ci imbattiamo in un’esperienza-limite, per noi tanto sconosciuta, quanto angosciosa. È lo stato d’animo con cui ci confrontiamo con la Morte.

Quanto è stato importante per te visitare i luoghi reali in cui è ambientata la vicenda di, cioè il Rhode Island?

(GM) Sono stato a lungo combattuto tra andarli a vedere oppure no. Accade spesso che sia più seducente ed efficace immaginare un luogo piuttosto che esplorarlo davvero. Ho scritto la prima metà del romanzo basandomi solo sulla documentazione ricavata dai libri, dalle testimonianze d’epoca e da Internet. Poi, però, il desiderio dell’esplorazione fisica ha prevalso, anche se temevo che avrei finito per dover riscrivere tutto da capo. In realtà ho dovuto modificare pochissimo. I luoghi erano molto simili a come me li ero immaginati. Tuttavia senza vederli, senza immergermi nell’ambiente, senza respirare quell’atmosfera, molte, troppe cose mi sarebbero rimaste sconosciute. Ho compreso cose ben al di là del mio romanzo, che hanno gettato nuova luce sulle mie prime letture di formazione, in particolare i racconti di Edgar Allan Poe, e L’Isola del Tesoro di Stevenson, che a quei luoghi devono molto. E al di là dei luoghi, hanno contato gli incontri con le persone. Per esempio, avevo invitato a pranzo, a Providence, una studiosa locale e, mentre le raccontavo delle mie letture di testi medici del Settecento sulla Consunzione e sul legame tra malattia e territorio, mi ha interrotto per rivelarmi d’aver abitato per qualche anno nella contea di Exeter e di aver contratto laggiù una bizzarra quanto persistente infezione polmonare per cui doveva ancora a distanza di anni assumere farmaci antibiotici. Forse per la tensione di quello che mi stava raccontando, ha cominciato a tossire. Non avevo mai sentito una tosse di quel genere. Un suono davvero inaudito, che ha destato una certa inquietudine nel ristorante... nel XVIII e XIX secolo l’avrebbero di certo classificata come una potenziale vampira.

Basandosi su molta documentazione storica e lasciando emergere dei temi forti come la Storia delle malattie e la condizione femminile, come si può evitare di sconfinare dalla narrativa al saggio?

(GM) Il “saggismo” è sicuramente un pericolo da cui guardarsi. Ma se si seguono i personaggi, tenendo sempre presente che sono loro i protagonisti della vicenda, non il tema, anzi il tema e il plot vivono attraverso di loro e non indipendentemente da loro, allora si ha una guida sicura. Una storia è appassionante se è la storia di qualcuno. Se questo qualcuno è un nessuno qualsiasi, puramente funzionale al contenuto che ci proponiamo di esporre, la storia può restare interessante, ma non ci prende più di tanto. Se ne sta lì, distante, oggettiva, fredda, magari ben scritta. Ma un lettore, secondo me, non deve essere indotto a forza a pensare “quant’è bravo questo a scrivere”, l’autore deve proprio sparire, il lettore deve badare ai personaggi e alla loro vicenda, non al presunto (e presuntuoso) burattinaio che sta dietro le quinte.

Prima di pubblicare romanzi, hai esordito come cantautore, poi hai fatto lo sceneggiatore cinematografico, l’attore... come hanno influito queste esperienze sulla scrittura?

(GM) Tutte le esperienze aiutano a maturare e il fatto di aver acquisito una certa notorietà come cantautore negli anni ’70, mi ha indubbiamente favorito nel pubblicare il mio primo romanzo e nel suscitare interesse tra i lettori Tuttavia, per uno scrittore, la notorietà è un’arma a doppio taglio, perché da mezzo può diventare un fine. Uno dei principali problemi del romanzo contemporaneo (e lo dico da appassionato lettore) è che gli scrittori tendono al narcisismo, pretendono di essere loro i personaggi. Il loro ideale è che la gente compri il romanzo di Salgari (per dire), non una storia di Sandokan. Senonché Sandokan continua a regnare nell’immaginario, Salgari in quanto tale no, è proprio defunto. Lo stesso vale ovviamente per Dracula e Bram Stoker: il primo è un personaggio di tutti i tempi, il secondo – per quanto celebrato e ristampato – resta uno scrittore del suo tempo. Se qualcuno aspira a diventare Dante Alighieri, tanti auguri, ma se in realtà si segue una pura logica di riconoscibilità personale, cioè di “marchio” , sul mercato editoriale, è una rovina. Ne risulta che, a furia di scrittori troppo preoccupati di mettersi in luce come delle specie di rock-star, nella letteratura contemporanea sono diventati rari i personaggi “forti” , che di per sé s’impongono all’attenzione. Anche quando un personaggio emerge (per esempio Harry Potter), si preferisce pensare che il successo sia dovuto alla “formula” del romanzo, che poteva “funzionare” lo stesso con un altro protagonista. Questo è un errore. L’ho commesso anch’io, in passato. Questa volta mi sono concentrato molto sui personaggi. E spero che i lettori resteranno coinvolti come lo sono rimasto io da Aline, Valcour e Jan, cioè i protagonisti di Ho freddo.

E la tua successiva esperienza di sceneggiatore di fumetti ha influito sul tuo modo di scrivere e in particolare su Ho freddo?

(GM) Quando mi sono imbattuto nella storia della famiglia Tillinghast, grazie a una mia amica che mi aveva portato da Providence la prima edizione di un libretto sul folklore locale ad opera di Christopher Rondina, mi sono subito sentito stimolato (anche se poi ho scoperto che quel testo era pieno di approssimazioni e inesattezze, in parte corrette nell’ultima e ampliata edizione, Vampires of New England, On Cape Publications, 2008). Così, alla prima occasione, ho infilato e rielaborato liberamente quell’episodio storico in un numero della mia serie a fumetti Magico Vento. L’episodio faceva parte di un ciclo dedicato a Lovecraft, dunque era molto fantastico e, nel caso, mescolato al western e alle leggende indiane. Ma mi era rimasta la voglia di studiare meglio la vicenda di quella famiglia e di offrirne un racconto più storico e realistico, oltre che più ampio. E questo potevo farlo solo letterariamente. I fumetti non solo sono e devono essere sintetici, ma si scrivono dentro un format molto vincolante (un numero di pagine prefissato che non si può trasgredire e un'impostazione grafica, e dunque una scansione del racconto, altrettanto definita). Inoltre con i fumetti va usata qualche cautela in più, perché tra il pubblico dei lettori possono esserci anche dei giovanissimi che resterebbero turbati da dettagli troppi crudi o morbosi della storia, oltretutto rimarcati dal disegno. Il romanzo, anche rispetto alla scrittura cinematografica, è la forma di espressione più libera che esista, non condizionata (sempre che lo si voglia) da format, né da limiti di genere, di target, né tantomeno da budget produttivi. Ma non posso negare che scrivere fumetti mi ha insegnato molto anche sotto il profilo narrativo, a cominciare proprio dalla definizione dei personaggi, non soltanto i protagonisti, anche i comprimari. Il fumetto popolare alla Bonelli, in particolare, è fumetto di personaggi. Se non si centra il protagonista, un fumetto non fa presa, né può sperare di resistere per anni. L’altra cosa che mi ha molto influenzato è la consuetudine con la scrittura tipica della serialità. Tra le tante cose, comporta la difficile arte di chiudere gli episodi lasciando però sempre aperta la serie, cioè rendendo i singoli numeri parte organica di un tutto che non si conosce a priori, va ridefinito costantemente in corso d’opera. In Ho freddo questa esperienza mi ha permesso di sperimentare una diversa struttura del racconto. Ci sono quattro parti che hanno ciascuna al suo interno una certa unità, ma sono strettamente correlate e il finale riporta circolarmente al principio, ma su un piano diverso, è cioè una struttura a spirale ascendente, che ben si adatta al gotico. Non posso ovviamente rivelare qui come finisce il romanzo, ma la conclusione ha lasciato in me, e spero lasci nel lettore, la voglia di ritrovare i personaggi, anche se magari in una nuova collocazione ambientale. Cioè la voglia di un seguito, come nella tradizione del feuilletton classico, altro genere letterario che mi ha sempre appassionato e che oggi è stato ereditato più dai fumetti, dai telefilm e dal cinema che dalla letteratura (al di fuori della giallistica).