Dalla prefazione di Loredana Lipperini

[...] Gianfranco Manfredi spiazza infrangendo la regola numero uno: nell’horror classico il patto con il lettore prevede che questi accetti l’inaccettabile. Che nella nebbia davanti a un supermercato appaiano aragoste giganti. Che esista un antico cimitero indiano dove i gatti morti tornano a camminare tra i vivi. Che la potente dea degli inferi possa essere rinchiusa in una bottiglia di acqua dolce. Che al letto dei morenti appaiano creature diafane con grandi forbici per recidere il filo della vita.. Che davvero esista un’astronave sepolta in un bosco. Che si possa entrare in quadro, tornare dall’oltretomba in forma di apparizione acquatica, bruciare vivi i propri compagni di scuola con la forza della mente.

Il lettore di Manfredi non deve credere fino in fondo, e deve invece sapere che: l’impossibile è anche possibile, a seconda della visuale che si sceglie. Per questo è assolutamente corretta la sua definizione del gotico come romanzo filosofico. Per questo è esemplare l’ambientazione di Ho freddo alla fine del Settecento, nella linea di confine fra raziocinio illuminista e l’avanzare delle ombre, letterarie e no. Per questo, infine, i suoi romanzi sono squisitamente politici: come dovrebbero essere tutti i buoni romanzi, quelli che costringono chi legge a ricordare che la depressione, l’Aids, l’anoressia di cui si parla in un Settecento possibile sono le nostre paure reali, di oggi, proiettate all’indietro e rese fantastiche.[...]

© 2008 by Loredana Lipperini

 

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